Quiet Quitting: cos’è il nuovo fenomeno lavorativo

quite quitting
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Siete pronti a scoprire come lavorare di meno ed essere felici? Già, perché il quiet quitting o “abbandono silenzioso”, è la moda o fenomeno di cui si parla sui social ultimamente e coinvolge il mondo del lavoro.

La Great Resignation

Per spiegare il fenomeno del quite quitting dobbiamo fare un passo indietro alla Great Resignation. A partire dal 2020, con la punta massima nel 2021, sono aumentate di circa il 30% le dimissioni volontarie di lavoratori del settore privato.
Paradossalmente, è capitato in un periodo in cui sono aumentate le assunzioni a tempo determinato e indeterminato a causa della ripresa delle aziende.

Le dimissioni anticipate sono dipese in larga parte dalla paura di morire a causa del covid; dalla mancanza di fiducia nelle aziende italiane e dalla priorità di stare vicino alle persone care per lo shock causato dalla pandemia.
Posto di rilievo è dedicato allo smart working: perché con la pandemia un lavoro che era scontato fare in azienda, lo si è provato a casa e quindi molti dipendenti non sono stati più disposti a tornare in ufficio, licenziandosi in attesa di trovare di meglio. Moltiplichiamo questo fenomeno per migliaia di lavoratori ed ecco la Great Resignation.
Dopo aver assaggiato la comodità di badare a casa, lavorando contemporaneamente, non dover preoccuparsi del corriere (dopotutto ormai compriamo tutti online e aspettiamo pacchi), fare la spesa durante la pausa pranzo, è difficile ritornare sul posto di lavoro.
Un ruolo importante, secondo alcuni, è anche quello dei giovani, sempre più attenti alle proprie esigenze e ai propri diritti, che non hanno remore ad abbandonare un posto di lavoro che non rispecchia in tutto e per tutto le proprie aspettative.

Tra l’altro, la traduzione letterale di resignation sarebbe dimissioni ma curiosamente in italiano suona come rassegnazione, simpatica coincidenza che però spiega molto la causa di questo fenomeno.

Cos’è il Quiet Quitting

Il Quiet Quitting costituisce un fenomeno che viaggia su un binario parallelo con risvolti differenti. In realtà neanche gli intervistati stessi sono sicuri di cosa significhi. C’è chi lo intende come un non lavorare più in modo che sia l’azienda a licenziare, chi la butta sul politico (ovvero non accettando le richieste del capo e non facendosi sfruttare si sconfigge il sistema), chi dice di fare il minimo indispensabile per sopravvivere semplicemente per il proprio benessere. Ed è proprio quest’ultimo punto che è diventato popolare grazie ad una serie di video di una tiktoker.

Ebbene sì, per capire da dove nasce il Quiet Quitting dobbiamo citare Tiktok ancora una volta. L’hashtag #quitequiting è divenuto virale in poco tempo con milioni di visualizzazioni ed utilizzi. In realtà, la traduzione letterale “smettere lentamente” o “smettere tranquillamente” e traduzioni discordanti creano confusione facendo intendere che questa pratica consista nell’”auto-licenziarsi” poco a poco.
In realtà, essa rappresenta “fare il minimo indispensabile”, non accettare più richieste di straordinari, o di telefonate oltre l’orario di lavoro e distaccarsi da situazioni che potrebbero generare burn out. Insomma, una sorta di cautela contro lo stress lavorativo e in favore della propria salute mentale.
Questo, in contrapposizione quindi alla hustle culture, ovvero al mito americano che equipara la vita al lavoro e suggerisce di gettarsi completamente nelle performance.

Il risvolto psicologico del Quiet Quitting

Milioni di persone si trovano bloccate in situazioni stressanti, tanto che si è parlato di una legge sul diritto alla disconnessione, cioè il diritto a non essere cercati fuori dal lavoro, a non avere la reperibilità e l’obbligo dei capi di utilizzare appositi canali.
Spesso è un modo per far fronte al burnout e a situazioni stressanti sul posto di lavoro. Si attua un sano distacco per evitare che il lavoro condizioni eccessivamente la propria vita.

Attenzione però: è facile in questi casi cadere nell’eccesso opposto, che è quello di disinvestire totalmente dal lavoro.
Andare solo a scaldare la sedia e smettere di lottare, può mitigare i disagi, ma allo stesso tempo può anche spegnere la persona stessa, che si ritroverà presto senza motivazione e ambizioni. Questo è molto dannoso per la mente.
Noi non siamo il nostro lavoro, ma il lavoro è parte della nostra vita.

Quiet quitting: attenzione agli influencer

E ora vi dirò quello che ne penso. La verità come al solito sta in mezzo, non lavorare più (o molto poco) significa condannare l’azienda e di conseguenza la nazione in cui si produce reddito o semplicemente il proprio posto di lavoro all’oblio. Lavorare per un’azienda significa essere il globulo rosso o un organismo del corpo umano: una parte piccola ma che aiuta tutto l’organismo a stare bene, anche per un proprio tornaconto. Lavorare troppo, equivale a pompare troppo sangue nell’organismo, e prima o poi rischiare di scoppiare.

Detto questo, diffidate dai tutorial in rete (tranne il mio che vi porta informazione chiara, neutrale e puntuale ovviamente) e articoli attiraclick. Tutto quello che vedete, specialmente su Tiktok, non è fatto per gli interessi vostri (se non per caso), ma per gli interessi del creatore del contenuto, che più pubblico attira più guadagna ed ha successo. Gli influencer sono tali proprio perché indirizzano il comportamento delle persone. Ma attenzione alle suggestioni che ricevete: non sempre vi fanno bene, anche se apparentemente vi sembra così.

Internet è un bel posto ma lo si deve saper usare, utilizzando buone fonti e personaggi attendibili.