La Nuova Zelanda vuole eliminare tutti i gatti randagi entro il 2050
In Nuova Zelanda hanno deciso che entro il 2050 il Paese dovrà essere “Predator Free”.
Un nome che suona bene…finché non scopri che tra i “predatori” adesso rientrano anche i gatti selvatici.
Sì, proprio loro: baffi, coda, fusa.
Per il ministro della Conservazione, Tama Potaka, sono “assassini a sangue freddo” al pari di ratti, donnole e opossum.
E nella strategia nazionale la parola scelta è chiara: eradicare. Non gestire, non controllare. Eliminare.
E qui inizia una storia che sembra una puntata di Planet Earth, ma diretta da qualcuno con un cattivo rapporto coi felini.
Un Paese senza mammiferi, finché siamo arrivati noi
Per capire tutto, bisogna fare un salto indietro:
prima dell’arrivo degli umani, in Nuova Zelanda non esistevano mammiferi terrestri autoctoni (a parte tre pipistrelli). Nessun gatto, nessuna volpe, nessun predatore a quattro zampe.
Gli animali del posto, come kiwi, pappagalli che non volano, lucertole antiche come trilobiti con la pelle, si sono evoluti in un mondo tranquillo. Talmente tranquillo che molti uccelli non si sono mai preoccupati di fuggire.
Poi arrivano i Maori. Poi gli europei.
E con loro un carico a sorpresa:
- ratti,
- opossum,
- donnole e furetti,
- conigli,
- e ovviamente i gatti.
Per decenni i gatti sono stati introdotti apposta per risolvere altri problemi (tipo i conigli).
Risultato: oggi esistono milioni di gatti selvatici che vivono nelle foreste, nelle campagne, nelle isole.
E sì: fanno i gatti.
Cacciano.
E questo, in un ecosistema così fragile, è devastante. Saranno risparmiati i gatti domestici, ovviamente, ma bisognerà esercitare una proprietà responsabile su di loro, ancora più stringente.
Predator Free 2050: la svolta felina
La strategia Predator Free 2050 era nata per togliere di mezzo ratti e donnole.
Ma nel 2025 la lista si allarga e include anche i gatti selvatici. Essi, infatti, sono stati inseriti nell’elenco delle specie aliene invasive più dannose.
La nuova linea prevede:
- trappole e veleni (anche in forma di “salsicce avvelenate”),
- dispositivi sugli alberi che spruzzano tossine,
- campagne di caccia coordinate,
- competizioni in cui vengono premiati i cacciatori (anche giovanissimi).
È la parte “non instagrammabile” della conservazione.
Per il governo, è l’unico modo per proteggere uccelli e rettili unici al mondo.
Per gli animalisti, è un errore etico enorme.
La verità?
È uno dei conflitti ambientali più difficili del XXI secolo.
“Tranquilli, i gatti domestici non c’entrano”

Come anticipato, il governo lo ripete:
“I gatti di casa non sono nel mirino.”
Sulla carta è rassicurante.
Nella realtà, molto meno:
- molti gatti domestici vivono semi-liberi e sembrano ferali a chi vede solo due occhi nel buio;
- gatti di proprietà già morti in competizioni di caccia ne sono la prova;
- distinguere un gatto randagio da uno di famiglia è quasi impossibile a distanza.
Non a caso gli esperti chiedono:
- microchip obbligatori,
- sterilizzazioni diffuse,
- più prevenzione e meno fucili.
Non per proteggere la fauna:
per proteggere i gatti domestici da chi li scambia per “predatori da abbattere”.
Ma allora come si fa? Esistono alternative?
Specialisti, veterinari e associazioni animaliste ripetono da anni che soluzioni non letali ci sono:
- programmi estesi di TNR (cattura–sterilizzazione–rilascio),
- registrazione dei gatti domestici,
- campagne nazionali di sterilizzazione,
- recinti protetti in zone delicate,
- educazione pubblica.
Sono lente, costose, complicate.
Non fanno titoli sensazionali.
Ma sono le uniche che riducono l’impatto dei gatti senza uccidere milioni di animali.
Un Paese che non vuole più gatti?

La Nuova Zelanda è famosa per essere “il Paese dei gattofili”:
il pet più diffuso, un’icona nazionale, quasi un meme culturale.
Eppure qualcosa sta cambiando velocemente:
- la percentuale di famiglie con gatto è in calo,
- alcune persone hanno deciso di non adottarne più “per amore della fauna”,
- raccontano che dopo la morte del proprio micio sono tornati uccelli rari nei giardini.
È un cambiamento culturale enorme: il gatto sta passando da “compagno di vita” a “problema ecologico”.
Siamo realisti:
i gatti fanno danni alla fauna.
È un dato.
Ma è altrettanto vero che:
- i gatti non hanno chiesto di essere importati in un ecosistema non loro;
- sono stati usati dall’uomo come “soluzione” ad altri problemi (conigli, ratti… e indovinate? Ha funzionato malissimo);
- non si può parlare di conservazione ignorando la responsabilità umana storica.
In altre parole:
il problema non sono i gatti.
Il problema è che l’uomo ha incasinato il sistema e ora cerca una scorciatoia.
Conclusione: chi paga gli errori della storia?
In Nuova Zelanda si sta decidendo chi deve pagare un debito ecologico generato dagli umani 200 anni fa.
- l’ecosistema?
- o i gatti?
Eradicare milioni di animali è una scelta radicale.
E ogni scelta radicale porta una domanda ancora più radicale:
È accettabile risolvere un problema creato dall’uomo sacrificando un’intera specie?
Forse il punto non è stabilire se i gatti siano “buoni” o “cattivi”.
Forse il punto è ricordare che quando smettiamo di vedere un gatto come individuo e lo vediamo solo come “predatore”, tutto diventa più facile da giustificare. Troppo facile.
E quando succede…
i gatti diventano statistiche. E una statistica, purtroppo, non fa le fusa, né smuove le emozioni.