Granchi blu: diventano cibo per i nostri gatti, per contenere l’espansione

granchi blu

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Negli ultimi anni i granchi blu (Callinectes sapidus) ha messo in ginocchio vongolare e lagune, soprattutto in Adriatico.

Sono voraci, prolificano, rompono le reti e fanno fuori molluschi autoctoni. Dopo la fase “panico” è arrivata l’idea semplice: trasformarli in risorsa. Prima nei piatti dei ristoranti, ora anche… nelle ciotole di casa.

Granchi blu: perché finisce nel pet food

  • Le catture sono enormi: solo in Veneto nel 2024 si parla di ~1.900 tonnellate, ma meno del 40% è arrivato sul mercato umano. Il resto costa smaltirlo e non porta reddito.
  • Nasce così FIL BLU, una filiera che coinvolge Università di Milano e Padova, Consorzio pescatori del Polesine, la startup Feed from Food, Sanypet–Forza10 e la catena L’Isola dei Tesori: il granchio viene disidratato e trasformato in farina proteica da usare nelle ricette per gatti.
  • Vantaggi: reddito ai pescatori, meno scarto, e sostituzione (almeno in parte) di farine meno sostenibili come krill o piccoli pesci pescati lontano.

Com’è fatto (davvero) il paté “ai granchi blu”

Le prime scatolette “special edition” sono già sugli scaffali. Prezzi visti: 1,75–1,89 € per 100 g.
Nota importante: nell’etichetta la percentuale di granchio blu può essere bassa (circa 1%) perché il grosso è pesce bianco (intorno al 90%+). Il crostaceo funziona da ingrediente/insaporitore, non da base unica.

Granchi blu: ai gatti piacciono?

Nel test “sul campo” riportato da varie testate (inclusa una prova con il gatto gourmet Gateau), il giudizio è positivo: prime leccate caute, poi piatto svuotato. Come sempre vale la regola: ogni micio ha palato e sensibilità sue.

Ecologia: perché è “una buona notizia”

Nelle aree naturali invase (es. Torre Flavia nel Lazio) il granchio blu scompensa le catene alimentari: mangia di tutto, compete con specie native e danneggia habitat come le praterie di posidonia.
Usarlo catturandolo (non allevandolo) per farne mangime riduce l’impatto e crea un incentivo economico al contenimento. Gli esperti sono chiari: ok alla cattura mirata, no all’allevamento.

Soldi, filiera e prospettive

  • Il ricavato industriale (al netto dei costi) rientra nella filiera per acquistare macchinari che trattano più granchi.
  • Se il pet food “tiene”, si valuta scala maggiore e export verso paesi dove il granchio blu è già alimento comune.
  • Intanto in Toscana (Orbetello) si studiano misure coordinate (anche fermo biologico e zone di ripopolamento) perché l’invasione cresce.

Limiti e domande frequenti

“Ma se c’è solo l’1%… serve?”
Sì, perché l’obiettivo è riuso e insaporire una ricetta già bilanciata a base pesce. Ogni punto percentuale, a scala industriale, sposta tonnellate.

“È nutriente?”
La farina di crostaceo è proteica e apporta minerali; la ricetta finale resta però formulata per il fabbisogno del gatto (conta il profilo completo, non un singolo ingrediente).

“Possibili allergie?”
Crostacei e pesce sono allergeni per alcuni gatti. Introdurre gradualmente, controllare l’etichetta e, in caso di dermatiti/gastro problemi, parlare col veterinario.

“È davvero sostenibile?”
Più del buttare via il pescato o usare farine lontane e impattanti. La chiave è la cattura selettiva dell’invasiva, non l’allevamento.

Come scegliere (checklist rapida)

  • Leggere ingredienti e analitiche (proteine/grassi/minerali).
  • Preferire lotti che dichiarano provenienza filiera (es. FIL BLU / RiPEsca).
  • Introdurre come variazione della dieta abituale, non come unico cibo.
  • Valutare tolleranza del micio nelle 48–72 ore.