Cani e gatti, IVA al 22%: perché non scende al 10% e quali proposte ci sono

Cani e gatti

Cani e gatti sono famiglia. Ma al momento il fisco italiano li tratta come se fossero champagne: cibo, farmaci veterinari, visite e analisi finiscono quasi sempre al 22% di IVA. È il motivo per cui un controllo di routine pesa più del dovuto, un vaccino si rimanda, una dieta clinica si taglia. E quando la prevenzione salta, il conto — economico e di salute — arriva comunque.

Nel frattempo, il settore corre: solo il pet food per cani e gatti ha superato 3,1 miliardi di euro (+3,7% su base annua). Crescono i gatti, cresce l’umido, cresce tutto tranne gli stipendi. Il paradosso è servito.

Cosa si sta muovendo in Parlamento (e cosa no)

Una proposta concreta c’è: C.1880 (Tassinari–Dalla Chiesa), presentata alla Camera il 16 maggio 2024, che punta a ridurre l’IVA su pet food e prestazioni veterinarie. Il testo è in prima lettura e, al 5 agosto 2024, risulta assegnato alla Commissione Finanze: tradotto, l’idea è sul tavolo ma non è legge e il nodo sono — indovinate — le coperture.

Nel 2025 il tema è tornato forte anche sui tavoli di settore (Italian Pet Summit, ANMVI, associazioni). C’è chi chiede il 10% su alimenti e prestazioni, chi preferisce alzare detrazioni e spingere sulle polizze veterinarie per alleggerire il colpo senza stressare troppo i conti pubblici.

Quanto si recupera davvero oggi: le detrazioni (spoiler: poco)

Nel modello 730 si detrae il 19% delle spese veterinarie oltre la franchigia di 129,11 €, con massimale 550 € per contribuente (non per animale). In pratica, il beneficio massimo si aggira attorno agli 80 € all’anno. Non cambia la vita di chi ha un animale con patologie croniche o di chi affronta un intervento.

cani e gatti

“All’estero è meglio” per cani e gatti: sì, ma attenzione alle semplificazioni

La frase “in Spagna l’IVA è al 10%” gira parecchio. È vera per molti prodotti (inclusi diversi medicinali veterinari), ma i servizi veterinari per i pet stanno perlopiù al 21% (aliquota standard). Quindi: c’è un vantaggio sui farmaci, non un “10% su tutto” come qualcuno racconta. In Germania, infine, l’IVA è 19% standard (7% su alcuni beni), senza una riduzione specifica generalizzata per le prestazioni veterinarie. Morale: non basta copiare lo slogan, servono numeri e norme.

Perché abbassare l’IVA non è una questione “di coccole”

La prevenzione veterinaria è salute pubblica (principio One Health): meno profilassi e meno controlli = più emergenze, più infezioni, più costi sociali. Se oggi tanti proprietari tagliano sul veterinario o sull’alimentazione clinica, domani paghiamo tutti — noi, loro e i Comuni che gestiscono randagismo e rifugi. Lo ripetono da tempo ANMVI e LAV, chiedendo riduzione IVA, più detrazioni e detraibilità delle polizze. Semplice, concreto, misurabile.

Cani e gatti: i numeri che non possiamo ignorare

  • Mercato: pet food cani+gatti > 3,1 mld €, +3,7% anno su anno; crescita trainata soprattutto dal segmento gatto.
  • Fisco (oggi): franchigia 129,11 €, massimale 550 €, detrazione 19%. Beneficio reale: limitato.
  • Iter politico: Pdl C.1880 ferma alla VI Commissione (stato atti pubblico).

Tre strade (non alternative) per smettere di chiamarla “roba da ricchi”

  1. IVA più bassa dove ha più senso sanitario
    Portare al 10% almeno: vaccini, profilassi, diagnostica di base, farmaci e diete veterinarie prescritte. È il nucleo duro della prevenzione; ha impatto sulla salute animale e collettiva. (Sì, è fattibile tecnicamente: altri Paesi distinguono tra beni e servizi.)
  2. Detrazioni sensate (non simboliche)
    Alzare il massimale detraibile, differenziarlo per tipologia di spesa (cronici, interventi) e per reddito. La leva fiscale deve aiutare davvero chi rischia di rinunciare alle cure, non regalare 20 euro di consolazione.
  3. Polizze veterinarie detraibili
    La spesa imprevedibile è il vero spauracchio. La detraibilità delle polizze (anche con tetto) crea copertura e incentiva la prevenzione: meno rinvii, meno emergenze. È una delle richieste formali di associazioni e veterinari.

Iva per cani e gatti: conclusione

Se continuiamo a tassare crocchette, vaccini e visite come fossero lusso, il risultato non è “educare al risparmio”: è spingere fuori dalla prevenzione una fetta enorme di famiglie. E quando la prevenzione salta, i costi esplodono — clinicamente ed economicamente. Ridurre l’IVA mirata, aumentare detrazioni e rendere detraibili le polizze non sono “regali agli animalisti”: sono politiche pubbliche logiche, allineate a quello che già sappiamo su salute, benessere e conti.

Finché la proposta C.1880 resta in commissione, restiamo nel paradosso: gli animali sono famiglia nelle parole, un bene di lusso nei fatti. E non è più credibile.